Provate a fare un piccolo sforzo di immaginazione. Cancellate per un attimo gli ombrelloni da La Cinta, togliete le barche dalla marina di San Teodoro e spegnete le luci dei locali del centro. Se portiamo indietro l’orologio della storia di qualche secolo, ci ritroviamo in una terra selvaggia, bellissima, dominata da un nome che oggi suona quasi misterioso: Oviddè.
Se oggi San Teodoro è una delle capitali delle connessioni estive, un tempo la vita qui viaggiava su una “rete” completamente diversa, ma altrettanto potente. Era una rete fatta di pietra, mare, terra e relazioni umane che ruotava attorno a un’istituzione unica: lo Stazzo.
Nel suo libro “Storia e Storie della Gallura d’Oviddè”, il Professor Salvatore Brandanu ci ricorda che lo stazzo non era semplicemente una casa di campagna, ma una vera e propria filosofia di vita, l’antenato dei nostri social network.
Tutto inizia con una domanda che spesso si fanno i turisti, e a volte anche i residenti: da dove spuntano questi nomi antichi? Prima di essere San Teodoro d’Oviddè, l’antico villaggio medievale era conosciuto come Offollè. Questa è sempre stata una terra di confine, il punto d’incontro storico tra la Gallura e le Baronie. Quando, dopo lunghi periodi di spopolamento, nel Settecento i pastori della Gallura alta iniziarono a scendere stabilmente verso il mare in cerca di pascoli invernali, ripopolarono proprio quell’area. Portarono con sé la lingua gallurese, le proprie tradizioni e, appunto, il modello dello stazzo, ridisegnando l’identità e la mappa del territorio.
A prima vista, la vita in questi insediamenti poteva sembrare isolata. Ogni stazzo era un mondo a sé, dove la famiglia produceva tutto il necessario per sopravvivere. Eppure, quell’isolamento era solo un’illusione, perché i nostri antenati avevano inventato algoritmi di solidarietà incredibili molto prima dell’avvento di internet.
Il cuore pulsante di questa rete era la manialìa. Se c’era da tosare il gregge, mietere il grano o rimettere in sesto il tetto di una casa, nessuno restava solo: l’intera comunità si mobilitava. Non girava denaro, ma una moneta molto più preziosa: la certezza assoluta che, al momento del bisogno, quell’aiuto sarebbe stato ricambiato. Le notizie non viaggiavano sulle chat di gruppo ma durante le grandi occasioni collettive e la vera “home page” di questo mondo era la cucina dello stazzo. Davanti al grande focolare centrale, tra un bicchiere di vino e un pezzo di formaggio, si stringevano accordi, si risolvevano contrasti e si tramandavano storie e leggende.
Come associazione culturale, crediamo che riscoprire la storia che lega Offollè alla Gallura d’Oviddè non sia una semplice operazione nostalgia. È il modo più autentico per capire chi siamo. San Teodoro ha sempre avuto nel suo DNA una straordinaria attitudine all’accoglienza e all’apertura verso l’esterno. Ieri lo si faceva offrendo un rifugio e un pasto al viandante che bussava alla porta dello stazzo, oggi lo si fa accogliendo il mondo sulle nostre spiagge.
La prossima volta che passeggerete per il centro o che guarderete le colline che abbracciano il paese, provate a cercare con lo sguardo quelle antiche case di pietra. È da quella rete di persone, nata secoli fa tra i pascoli d’Oviddè, che prende vita l’ospitalità teodorina che conosciamo ancora oggi.

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